Ascoltare il feedback della realtà
“Per ogni problema complesso c'è una risposta chiara, semplice e sbagliata.”
• Henry L. Mencken
Il profondo desiderio di leggibilità fa parte della nostra natura. Odiamo quando la realtà si presenta caotica, ingestibile, mentre risulta appagante vedere tutto, e intendo se possibile proprio *tutto*, con estrema chiarezza.
Non credo sia un caso che il Cristianesimo, una delle idee più radicate e influenti in Occidente, sia generalmente un tentativo di estrema semplificazione del senso della vita umana, un tentativo di rispondere una volta per tutte a quale sia l’unica, sacrosanta e inconfutabile Verità: la parola di Dio.
La realtà cela una sorprendente ricchezza
È nota la tendenza dello Stato a cercare di rendere più leggibili i suoi territori, mappandoli. Lo scopo è di rendere più semplice la gestione, il controllo della vita sociale ed economica dei governati. Persino enti naturali come le foreste possono essere considerati con questa lente, trasformandole in piantagioni geometriche, un ordine necessario per decifrarne il valore economico, tipicamente ai fini fiscali.
Qual è il costo di questa pratica apparentemente innocua?
Nel corso di centinaia, migliaia di anni ogni quartiere, foresta, paesino o città ha sviluppato una tale diversità, complessità, ricchezza di codici da renderlo unico, imparagonabile con ogni altro territorio. L’idea che si possa intervenire artificialmente non considera i danni che si creano a quell’unicità, prodotta organicamente dalla “mano invisibile”, la cosiddetta conoscenza pratica, locale: nulla è più intelligente del contesto, cioè del feedback che offre silenziosamente la realtà nel corso del tempo.
Nel caso delle foreste, si perde principalmente la complessità ecologica maturata; nel caso delle città, quella sociale.
Brasilia è la città simbolo in negativo, frutto delle menti fin troppo ispirate dei discepoli di Le Corbusier. Il disegno della città è razionale, spettacolare dal punto di vista architettonico, ma risulta invivibile per i presenti: è spiritualmente vuota, noiosa; esattamente all’opposto si trova San Paolo, città palpitante, vibrante, frutto della complessa storia del luogo e dei suoi abitanti. Vedendo le cose dall’alto si rischia di spegnere il delicato contesto, come opera chi realizza una griglia o struttura ideale per trasformare le città. Si cerca di trovare una soluzione creativa senza aver compreso il problema, essenzialmente.
Il guanto che sta troppo largo
Pensiamo ai tipici curriculum universitari, dove le persone condividono un percorso di studi quasi identico. Ciò non permette di sviluppare le singole peculiarità dell’individuo, bensì livella chiunque, si premia chi riesce a ripetere in modo acritico il programma, e poi magari ci si aspetta pure che in futuro nascano idee originali… Ma l’enorme diversità intrinseca in ogni persona implica che sia forzata questa soluzione di offrire studi standard: infatti, credo che ognuno di noi abbia specifiche capacità di apprendimento, curiosità, e che il modello universitario non sia abbastanza variegato e personalizzabile.
In passato, è accaduto di voler iscrivermi ad un percorso universitario come informatica senza avere le idee sufficientemente chiare del perché: stavo cercando di trovare una soluzione leggibile (lavoro fisso ben retribuito e rispettato) ad un problema illegibile, cioè me. Per capire cosa dovrei fare della mia vita, ogni soluzione già confezionata rischia fortemente di non tener conto delle mie abilità pregresse, e quindi di non valorizzarmi appieno: quale dovrebbe essere il mio percorso futuro? Credo che la risposta non risieda in percorsi standardizzati; ma studiando sempre più chiaramente il nostro particolare contesto di crescita individuale: Cosa ci rende realmente unici? Cosa ci fa sentire vivi, ci dona gioia, divertimento, appagandoci di più?
Un esempio semplice quanto potente: quando andiamo a comprare dei guanti, ovviamente non li scegliamo di una misura diversa dalle nostre mani. Eppure, quando ci affidiamo a scelte forzate per sviluppare le nostre carriere, ho la sensazione che si stia facendo proprio questo, acquistare guanti di una taglia troppo grande, di conseguenza rischiando di sprecare il nostro potenziale, la nostra ineguagliabile forma.
La forma dovrebbe seguire il contesto. Solo rimanendo pazientemente in ascolto di un problema si possono congetturare delle soluzioni sensibili, che tengano conto della sua grandiosa complessità.
C’è una simpatica parabola di G.K. Chesterton, che aggiunge uno strato a ciò di cui sto parlando:
“Esiste (…) una certa istituzione o legge; diciamo, per semplicità, una staccionata o un cancello eretto lungo una strada. Il riformatore del tipo più moderno vi si avvicina allegramente e dice: «Non vedo a cosa serva; togliamolo di mezzo.»
Al che il riformatore del tipo più intelligente farà bene a rispondere: «Se non ne vedi l’utilità, di certo non ti permetterò di rimuoverlo. Allontànati e rifletti. Poi, quando sarai in grado di tornare e dirmi che ne riconosci l’utilità, allora forse ti concederò di distruggerlo.»”
Finché non si comprende sufficientemente a fondo il contesto, è pericoloso giungere a nuove soluzioni affrettate. Questo è vero soprattutto per problemi delicati della sfera personale, dove si rischia di compiere scelte “sicure” e conformiste pur di apparire ben adattato e “sano” agli occhi della società.
Scolpire la forma sonora
Quest’idea diventa ancora più chiara se sfociamo nel territorio musicale. Viviamo nell’era della riproducibilità tecnica, per cui gli ingegneri del suono svolgono un ruolo cruciale nel definire, o meglio scolpire il suono prima che finisca sulle principali piattaforme streaming. Ma come procedono i migliori del mestiere?
Anni fa ne studiai il modus operandi su PureMix, entrando in un meraviglioso flow state (soprattutto durante i burrascosi mesi del covid). Ciò che mi colpì, col senno di poi, fu l’importanza che rivestiva il contesto. Ogni intervento del sound engineer parte dalla comprensione del materiale registrato dagli artisti, e da lì si inizia a pensare come plasmare il suono. Le preferenze del fonico sono secondarie, e sono idonee solo se si integrano al meglio con il materiale sonoro.
Per fare un esempio concreto, il leggendario Mick Guzauski specificò, nel premix di Get Lucky dei Daft Punk, di voler preservare la dinamica del brano, cioè farlo “respirare”, evitare una compressione eccessiva in cui si perde musicalità – specie per rispettare il tocco magico di un chitarrista come Nile Rodgers. È infatti iconico l’inizio funky ondeggiante, in cui lo strumento presenta livelli tutt’altro che uniformi, ma sensibilissimi al timbro inimitabile del musicista.
Ricordo la superba capacità di Guzauski nel riconoscere quando *non* era necessario intervenire. Un tipico errore dei novellini è quello di esagerare, e spesso porta a creare una confusione enorme. Basti pensare che ogni intervento modifica la percezione di ogni strumento, o meglio, dell’intera canzone; per cui l’arte di fare l’essenziale al momento giusto è fondamentale.
In un altro portale che seguì avidamente, Improve Your Mix, Salvatore Addeo evidenziò l’importanza di meditare anche una o due notti sul materiale sorgente prima di iniziare la pratica di mixing, per capire chi siano i protagonisti del brano, e solo dopo delinearne la forma. Mi è rimasto impresso un consiglio in particolare: se si vuole che un mix sia veramente epico, è importante scegliere un solo protagonista (può essere ad esempio la voce, la chitarra, o il basso).
C’è una lezione chiave che traggo dalle ore passate a migliorare la resa sonora di tracce per contest, e a esercitarmi sulle mie produzioni: ogni brano necessita di interventi ad hoc. In altre parole, che riverberano sempre più: la forma segue il contesto.
L’ascolto attento della composizione, del materiale originario e grezzo è l’imprescindibile punto di partenza per realizzare un’opera che ne esalti le qualità: i grandi ingegneri del suono lo sanno. Perché ciò non dovrebbe essere vero anche per le nostre carriere, la vita sentimentale, o la gestione di una città?
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