Come Steve Jobs inferocì una folla adorante
Un’estate turbolenta in casa Apple
A Seascape, Shipping by Moonlight (1864) • Claude Monet
6 agosto 1997, Boston, Macworld Conference.
Steve Jobs era tornato da poche settimane al timone di Apple, come ceo ad interim. Durante quella conferenza, disse una parola “proibita”: Microsoft. Precisò che Internet Explorer sarebbe diventato il browser di default del Macintosh.
La gente letteralmente impazzì. Una pioggia di boo, fischi e “No!” lo sommersero, in un crescendo di rumore. Dovette smettere di parlare. Apple stava ufficialmente collaborando con il suo più grande nemico. Ma Apple aveva un bisogno disperato di sopravvivere.
In retrospettiva, ci appare così astuta quella mossa. Era la cosa più sensata da fare per rimanere in vita, e magari prosperare in un gioco a somma positiva. Microsoft ormai stava vincendo alla grande, non si poteva più chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Perché allora il pubblico reagì così? La risposta è nella cultura aziendale.
Oltre una decina di anni prima di quell’evento, Jobs aveva instaurato una cultura che non vedeva Microsoft come potenziale alleato per una vittoria comune, ma un nemico pericoloso da sconfiggere per guadagnare la supremazia. Ecco la radice di quei fischi.
La risposta di Jobs fu da grandioso leader. È un esempio di come si può ritoccare – in modo significativo – la cultura, o persino distruggerla e ricostruirla, se si dimostra disfunzionale. Fare un deciso passo indietro, ammettere con umiltà che c’è un grande errore da correggere, seppur ai confini del tabù. L’ambiente era cambiato. E così le assunzioni di qualche anno prima non erano più oggettivamente valide.
Steve improvvisò queste parole per placare gli animi:
“Se vogliamo andare avanti e vedere Apple tornare a essere un’azienda sana e prospera, dobbiamo lasciarci alle spalle alcune cose. Dobbiamo abbandonare l’idea che per far vincere Apple, Microsoft debba perdere. Ok?
Dobbiamo invece accogliere una nuova visione: per far vincere Apple, Apple deve semplicemente fare un ottimo lavoro. E se qualcuno ci vuole aiutare, ben venga — perché abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile.
E se falliamo, se non facciamo un buon lavoro, non è colpa di qualcun altro. È colpa nostra. Questo, secondo me, è un punto di vista fondamentale.
Penso che, se vogliamo davvero Microsoft Office su Mac, sia meglio trattare l’azienda che lo sviluppa con un po’ di gratitudine. Ci piace il loro software.
Quindi, per quanto mi riguarda, l’epoca in cui Apple e Microsoft venivano viste come rivali in una guerra totale è finita. Ora si tratta di tornare a stare bene, e di permettere ad Apple di contribuire in modo straordinario all’industria — di tornare a essere sana e prospera.”
I grandi innovatori non hanno paura di incontrare l’amara disapprovazione della folla. Inseguono la cosa che sentono giusta da fare, anche quando implica dover fare scelte intollerabili, rispetto ai valori più “sacri” professati fino a quel momento. La creatura Apple aveva bisogno di attente cure, al costo di infrangere quel patto implicito con la folla adorante.
La cultura è malleabile, si può trasformare. I veri leader lo sanno.
Deeper



