Innovatori di Loop
Non c’è bisogno di reinventare il mondo, ma di ridisegnare le abitudini
Dietro il velo del successo iniziale di Instagram non c’è una ricetta esoterica, ma abitudini piuttosto semplici…
Il desiderio di scattare foto e rivivere momenti memorabili come fossero storie; mostrare il proprio stile di vita ideale; sentirsi protagonisti in varie cerchie sociali. In breve, esprimere la propria personalità – la migliore versione di sé – in pubblico.
Si è dovuto realmente inventare qualcosa, o l’app è semplicemente un accorto mix ben digitalizzato di attività note e sentimenti preistorici? Un’astuta estensione per amplificare ciò che da sempre ci rende umani?
Cos’è che ha reso Instagram così ben intrecciata alla quotidianità di miliardi di persone? Guardiamo gli ingredienti più nel dettaglio.
Un desiderio innato?
L’inventore della Polaroid Edwin Land raccontò che, durante una vacanza in famiglia, la piccola figlia Jennifer chiese se potè vedere subito una foto appena scattata. Sfortunatamente, al tempo c’era bisogno di settimane per svilupparla: un’odissea.
La fotografia istantanea era un desiderio così forte e “innato” che aspettava solo di essere disponibile, per l’adozione selvaggia.
Ma quali sono le sue origini? E perché la storia dell’arte può aiutarci ad illuminare il successo della creatura di Edwin Land?
Gli antenati si possono identificare nei rudimentali dipinti di animali nelle caverne, le cosiddette Pitture rupestri (di Lascaux qui, eseguiti attorno al 15.000 a.C.), con l’obiettivo primario di agevolare la caccia:
Nei primi anni del XIV secolo, Giotto si è avvicinato molto ad una posa di natura fotografica nell’opera Il compianto sul Cristo morto, basti notare le persone girate di spalle:
Ovviamente è scontato il riferimento alla Monna Lisa (1503-06) di Leonardo da Vinci, che ha aggiunto un layer di complessità alla prospettiva lineare geometrica brunelleschiana tenendo conto della densità dell’atmosfera.
Questa “grossezza dell’aria” – come la definì Leonardo – è infatti in grado di alterare sempre più la nostra percezione visiva, man mano che gli oggetti si distanziano da noi; motivo per cui divengono più sfocati, meno nitidi e tendenti all’azzurro. Nota la differenza dei contorni e del colore tra il primo piano e lo sfondo qui:
Più tardi, negli anni conclusivi del 500, Caravaggio è riuscito a rivoluzionare l’arte con il suo magistrale uso di luci e ombre; la potenza espressiva, istantanea; il “realismo fotografico” di Santa Caterina d’Alessandria è impressionante:
Fino al culmine della rappresentazione, davvero ai confini della fotografia, con opere realiste che cercavano di replicare nel modo più fedele possibile la realtà, come questa di Gustave Courbet del 1866, I levrieri del conte di Choiseul:
Questa ricerca del realismo è solo una parte della storia dietro queste opere, ma trovo sia particolarmente significativa nel mettere in luce la volontà di rappresentare il mondo com’è visibile ai nostri occhi – quantomeno in linea di principio – e di condividerlo per generare intense reazioni emotive.
…e sul gioco
Anche la tendenza a “recitare” fa parte di noi sin dall’infanzia. Amiamo giocare, fingere di essere persone diverse in contesti diversi, facciamo di continuo giochi di status – quasi sempre senza rendercene conto – e Instagram è probabilmente la sublimazione di tutto questo, la vetrina in cui la finzione travalica il reale, fino a ridicolizzarlo per certi aspetti.
Sempre nel regno digitale possiamo osservare TikTok, che ha mandato in cortocircuito i cervelli – prodotto evoluzionistico per eccellenza – con carrellate dopaminiche di video; la Nintendo, tra le altre, che ha fatto leva sul concetto di gioco, profondamente integrato nella nostra esperienza umana; o Apple Pay che ha reso piacevole, quasi invisibile, un’attività in precedenza tediosa come i pagamenti al ristorante o al bar.
Eppure, spesso nascono startup che cercano di avere successo presupponendo di poter scontrarsi con queste leggi ineluttabili della natura umana.
A Y Combinator lo sanno bene:
Build something *people* want
Costruire qualcosa che girasse su antiche abitudini in modalità automatica; questo è ciò che hanno fatto una moltitudine di startup divenute grandi, che ci piaccia o no.
I più grandi innovatori della storia sono creatori di loop, plasmano le nostre vite quotidiane osservando attentamente ciò che *già* funziona, ciò che fa parte delle più tipiche routine.1 La cosa bizzarra è che spesso grandi idee simili giacciono davanti ai nostri occhi, ma per qualche motivo – come bias o semplice indaffaratezza – non riusciamo a notarle e quindi a svilupparle.
Jobs raccontava di come avessero volutamente designato il desktop adoperando la familiare metafora della scrivania… non stavano affatto reinventando l’esperienza da zero con quell’interfaccia: perché complicare inutilmente la vita del cliente?
E il tablet, in fondo, non è una continuazione delle tavolette babilonesi? Entrambi sono superfici per registrare dati utili da rivedere in un secondo momento. Quella civiltà, peraltro, ha molto da insegnarci tutt’oggi.2
Con sorpresa, Musk ammise che per risolvere l’iniziale product-market fit di PayPal bastò permettere i pagamenti via email, cioè fare leva su un servizio cardine e antiquato di Internet, che risale – nella sua originale versione fisica, la consegna della posta – all’Antico Egitto e all’Impero Romano. Le persone, raccontò Elon, adorarono quella possibilità.
ChatGPT non ha inventato nulla di profondamente rivoluzionario fino ad oggi, ma sta costruendo sopra un’interfaccia digitale che conosciamo bene da decenni, la chat (sms/whatsapp) e il motore di ricerca (google), con una tecnologia innovativa di natura probabilistica. A questo, aggiungiamo il bisogno fondamentale di sentirsi ascoltati. E chi lo può offrire meglio di un chatbot presente per te h24, per consigli di *ogni* natura?
Eh già, il futuro è nel passato.
Osserva attentamente la realtà, rimani in ascolto; lasciati ispirare da vecchi amici cartacei, oscuri blogpost e filmati di repertorio… Muovendo i pezzi nella posizione giusta, in un’interazione continua, si dà una sinuosa forma al domani.
Mi azzardo a chiamarla “Habit’s Law”: Più a lungo un’abitudine fa parte di noi, più è probabile che risulterà un successo costruirci sopra.







