Las Meninas (1656) • Diego Velázquez
“Il primo principio è che non devi ingannare te stesso, e sei la persona più facile da ingannare.”
• Richard Feynman
Dove la luce brilla
Noi umani tendiamo per natura a spiegare i fatti che accadono, di continuo. Principalmente è una forma di protezione dall'imprevedibilità che caratterizza le nostre vite.
Questa forma di conoscenza esplicativa è ciò che ci rende unici, ma come funziona ad un livello più rigoroso? Il matematico Lakatos, nel suo libro “Dimostrazioni e confutazioni”, offre degli spunti estremamente interessanti di filosofia matematica, applicabili anche alla generazione di idee in generale.
Sappiamo che per giungere ad una spiegazione migliore è necessario “rompere” le vecchie idee. Per farlo, è sicuramente stata fondamentale l'invenzione di Gutenberg, come ha raccontato Patrick Collison:
“Bruno Latour ha parlato di come pensa che la rivoluzione della stampa, come quella di Gutenberg, abbia in parte causato la rivoluzione scientifica rendendo la conoscenza più rigida. In precedenza, se qualche osservazione non corrispondeva a qualche affermazione, potevi sempre scrollare le spalle e dire: «Beh, la persona che ha trascritto quella cosa ha commesso un errore.» Quindi, rendendo le cose più rigide, è più facile romperle.”
È necessario accettare i limiti del discorso orale, non registrato. Se qualcuno sposa appieno l'idea della creazione di spiegazioni sempre migliori, è invitato alla pubblicazione in qualsiasi formato preferisca delle sue idee. È banale, ma spesso molte persone temono di scriverle, perché questo atto rischia di renderle stupide ai loro stessi occhi. Solo così si nota chiaramente quanto manchino di completezza e integrità, e di quanto il cervello sia responsabile nel farti credere di comprendere bene un argomento, quando invece fatichi a spiegarlo a qualcun altro.
Lo scrive bene Henrik Karlsson:
“Vedere le tue idee sbriciolarsi può essere un’esperienza frustrante, ma è il punto se stai scrivendo per pensare. Vuoi che si rompano. È nelle crepe in cui la luce brilla.”
Quando si scrive un'idea su carta, tutte le sue fragilità vengono a galla.
È un processo doloroso, ma necessario per migliorare la conoscenza dell‘umanità. Gli errori sono l'essenza del progresso.
Un punto importante per la creazione delle ipotesi è di mettere ogni idea alla berlina. Quali sono le premesse e le catene di ragionamento che portano ad una conclusione? Più si è critici, più si può notare quanto sia importante scavare in profondità su dettagli all'apparenza insignificanti.
Di fatto, estendendo con più precisione il ragionamento dietro al nostro pensiero, questo inizia a mostrare più imperfezioni, e di conseguenza i propri limiti.
Immaginate di voler portare un amico in un museo, e questo non apprezza quel genere di ambienti (magari tende ad odiarli per una visita scolastica poco piacevole in passato). Se gli chiedete di venire, potrebbe rispondere di no. Insistendo di darvi un motivo concreto, potrebbe aggiungere: "Perché non mi piacciono i musei, li trovo noiosi, poco educativi e pieni di gente snob." Ecco, quest'amico ha esposto il suo ragionamento e ora abbiamo ben tre modi diversi per criticare ed espandere le sue idee a riguardo.
Solo scavando più a fondo possiamo conoscere meglio noi stessi ed evitare di autoingannarci, questo è il messaggio.
Vedere o prevedere?
Siamo programmati biologicamente per prevedere costantemente cosa accadrà in ogni momento. Ciò non è positivo, perché ogni dato input può venire alterato e il cervello registra quello specifico errore di previsione creando una sorta di modello mentale di come funziona il mondo.
La causa è il funzionamento dei nostri sensi, come la vista e l'udito, naturalmente limitati per interpretare direttamente e correttamente la realtà.
Basti pensare al semplice fatto che i cani hanno un udito più affidabile del nostro, per via della loro risposta a frequenze ben più basse e alte rispetto allo spettro sonoro umano.
O che i pipistrelli, con l'emissione di ultrasuoni per orientarsi nell'ambiente, raggiungono i 120,000 hertz, mentre noi non possiamo percepire oltre i 16,000.
A livello visivo, invece, non siamo in grado di osservare ad occhio nudo gran parte di ciò che accade nel mondo fisico, ecco perché ci è venuta in aiuto la tecnologia del microscopio, o quella del telescopio, o banalmente quella degli occhiali. Sono limiti prettamente evoluzionistici, fortunatamente non così gravi da impedire la creazione di conoscenza esplicativa.
Perché facciamo costantemente previsioni, spesso rendendoci ridicoli? Il cervello ama completare - anche per semplice gioco - modelli o più precisamente pattern, ecco la ragione del successo delle parole crociate (scherzo, ma fino ad un certo punto. Gli scacchi sono un esempio più serio).
Lo facciamo soprattutto per il valore di sopravvivenza di queste previsioni, che ci aiutano a navigare meglio il nostro ambiente. Ad esempio, gli antenati cacciatori trovavano fondamentale prevedere le mosse di lì a poco delle loro prede. Morire di fame non era un’opzione accettabile.
Ai giorni nostri, la musica ci rende più chiaro il motivo. Adoriamo l’idea di poter prevedere esattamente la nota successiva prima che si verifichi.
Inoltre, più sensi vengono coinvolti, più ricca e appagante può diventare l'esperienza sonora.
Lo spiega in modo interessante Naval Ravikant:
“C'è qualcosa di estetico nel completare un pattern in modo casuale e facile. Ecco perché ci piace ascoltare la musica: possiamo prevedere la nota successiva, che sembra proprio giusta, prima che avvenga.
Una volta che conosciamo troppo bene la canzone e il brivido del completamento svanisce, la musica diventa 'stanca' e sentiamo il bisogno di cercare altro. Alcune delle migliori musiche sono ricorsive a molti livelli, in modo che i pattern si estendano nel tempo, nell'ampiezza/volume, attraverso gli strumenti, attraverso le sezioni, ecc.
Coinvolgere più sensi intensifica l'esperienza: per le persone che sanno ballare ad un certo ritmo, il loro cervello può completare i pattern contemporaneamente attraverso i sensi uditivi e corporei. Per coloro che non sanno ballare, la frustrazione di un pattern che non può essere completato sovrasta la gioia derivante dagli altri.”
Dunque, tornando agli errori di previsione, c'è un fatto bizzarro. Quando l'errore è piccolo, spesso non ce ne accorgiamo, e questo fa parte della creazione del nostro impreciso modello predittivo di come funziona la realtà.
La manopola
Una delle mie esperienze passate a modificare la resa sonora di una canzone ne è un esempio un po’ imbarazzante, ma educativo. Per fortuna non ero l'unico, anzi credo sia comune, anche l’esperto ingegnere del suono Fab Dupont mi ha fatto compagnia, come aveva testimoniato in una lezione online.
In questi giorni quando si vuole equalizzare un suono di chitarra, si utilizzano quasi esclusivamente plugin digitali, la maggior parte ispirati alle gloriose macchine analogiche usate in passato. Questi nuovi software presentano un'interfaccia grafica con cui interagire, con le loro bellissime manopole e il tasto on/off per decidere se far funzionare o meno il plugin.
Durante l'ascolto critico per modificare l'equalizzazione, mi è capitato di muovere - anche drasticamente - una manopola delle alte frequenze, perché volevo rendere il suono più dolce, grazie alle caratteristiche speciali di un certo plugin.
Il problema era che mi sono auto ingannato.
La mente era convinta di percepire variazioni sonore per via dell’osservazione del movimento della manopola sullo schermo, anche se in realtà erano inesistenti: il plugin era spento!
Ovviamente non accade spesso per fortuna, nella maggior parte dei casi è più semplice accorgersi delle modifiche concrete apportate dal plugin, ma nel caso di certi equalizzatori è più sfumato e bisogna fare maggior attenzione.
Dopo lunghe sessioni di ascolto, i fonici possono sperimentare momenti in cui attivano una specie di modalità di risparmio energetico inconscia, e quindi si rendono più inclini ad errori, senza rendersene conto.
C’è poi un altro problema in ambito sonoro, dettato direttamente dai produttori dei plugin digitali: questi, giocando su una debolezza umana che spiegherò a breve, hanno spesso evitato di inserire un tasto che riduce automaticamente il volume quando si incrementano certe frequenze.
Il risultato è che il fonico viene ingannato: pensa che il plugin abbia migliorato il suono quando invece è semplicemente perché ascolta la musica ad un volume più alto, e tendiamo a preferire questa modalità; di conseguenza, il plugin sembra aver migliorato qualitativamente il suono rispetto a prima, quando magari sistemando il volume e compensando con l’aumento artificiale di questo equalizzatore, scopriamo che non ha fatto un lavoro così buono come sembrava.
Ecco due mini lezioni che ho imparato dalla pratica del sound design, la prima: quanto siamo facilmente ingannabili. Più l’errore è piccolo, più sottovalutiamo quanti danni può creare se si ripete molte volte nel tempo, inconsapevolmente.
La seconda è che sviluppare “l’orecchio”, riuscendo a cogliere le più intime sfumature del suono, è un atto simile alla pittura: allena a sviluppare una maggiore sensibilità, e richiede una lunga e costante autocritica delle proprie capacità. Meno mettiamo in discussione il nostro modello mentale di come operiamo, più faticheremo a migliorare la nostra resa.
Credo sia questo il segreto dei più grandi artisti della storia, come Da Vinci o Vermeer, o uno sportivo come Djokovic: hanno un dono naturale nell’accettare i propri limiti, di mettersi facilmente in discussione, quasi senza provare alcun rammarico. Sanno che la perfezione non esiste, ma comunque tendono in qualche modo ad essa.



